1. Quando la variabilità supera la fisiologia

Le differenze territoriali esistono e, in parte, sono fisiologiche. Logistica, accessibilità, discontinuità produttiva, struttura del mercato locale dei noli e delle forniture possono incidere sul costo tecnico e giustificare scostamenti moderati.

Quando però la divergenza diventa significativa, soprattutto in presenza di filiere industriali integrate o prodotti standardizzati, il tema non è più soltanto tecnico.

Le cause possono essere diverse e non sempre omogenee. In alcuni casi può trattarsi di fragilità amministrative: analisi prezzo costruite in modo approssimativo, utilizzo di dati non verificati, applicazione non rigorosa dei criteri metodologici previsti dal Codice. In altri casi, la struttura stessa del mercato può incidere in modo determinante: in contesti caratterizzati da pochi operatori o da limitata contendibilità, la formazione del prezzo può risentire di equilibri strutturali che vanno oltre le normali variabili organizzative.

Non può neppure escludersi che, in determinati segmenti o territori, si generino pressioni o dinamiche di influenza da parte di operatori economicamente rilevanti, tali da orientare indirettamente la costruzione delle analisi o la scelta delle fonti di riferimento.

Non si tratta di formulare accuse, ma di riconoscere che la dispersione può derivare da una pluralità di fattori: errori metodologici, debolezze amministrative, mercati poco contendibili o assetti economici concentrati. In tali situazioni, il monitoraggio e il ruolo dell’Osservatorio diventano strumenti essenziali per intercettare andamenti anomali e garantire che il prezzo pubblico resti coerente con dinamiche di mercato verificabili.

 2. Materiali: misurare il prezzo effettivo

Come evidenziato nella Parte II, la principale criticità nella rilevazione dei materiali riguarda la scala commerciale e le condizioni effettive di negoziazione.

In assenza di una definizione preventiva del livello della filiera e delle classi di quantità di riferimento, il dato può oscillare tra prezzo industriale e prezzo al dettaglio, compromettendo la comparabilità del costo tecnico.

Nella prassi operativa, la rilevazione avviene spesso attraverso modalità semplificate: acquisizione di listini predisposti dai produttori o raccolta di valori comunicati senza un riscontro documentale e senza una chiara individuazione della scala commerciale considerata.

Il nodo non è la buona fede degli uffici, ma l’omogeneità del dato. Il prezzo può essere richiesto a soggetti collocati in punti diversi della filiera — produttore, grossista, distributore, rivenditore — ciascuno operante con logiche di margine differenti. Senza stabilire quale livello costituisca il benchmark e quale classe di quantità rappresenti lo scenario standard, si rischia di mescolare prezzi industriali e prezzi al dettaglio, forniture continuative e acquisti frazionati.

La scala commerciale incide in modo decisivo: il prezzo applicato su volumi ordinari e continuativi non coincide con quello praticato per ordini sporadici. Se la richiesta non specifica quantità, condizioni di pagamento e modalità di consegna, il dato diventa intrinsecamente ambiguo.

L’assunzione dei listini come base informativa, senza verificarne la distanza rispetto ai valori effettivamente negoziati, espone il sistema al rischio di incorporare prezzi teorici. Il listino è un prezzo potenziale, non necessariamente un prezzo di transazione.

Un prezzario nazionale dovrebbe quindi definire criteri chiari su:

  • livello della filiera da assumere come riferimento;
  • classi di quantità standard;
  • condizioni minime di vendita;
  • forme di riscontro documentale, anche campionarie e anonimizzate.

Solo in presenza di tali parametri il prezzo rilevato può rappresentare un valore ordinario di mercato e non un dato dichiarativo privo di contesto.

 3. Manodopera: il nodo dei tempi

Come visto nella Parte II, il costo orario della manodopera è già oggettivato attraverso le tabelle ministeriali. La variabile decisiva è invece la durata delle lavorazioni assunta in analisi.

È il tempo unitario a incidere in modo determinante sul costo tecnico. Nelle lavorazioni standard, la produttività tecnica di base è generalmente omogenea; ciò che varia territorialmente è il costo orario, non il tempo tecnico ordinario.

Se le analisi prezzo adottano durate differenti senza esplicitare le condizioni operative che le giustificano, il costo tecnico diventa difficilmente confrontabile.

Un sistema più solido potrebbe prevedere tempi unitari di riferimento per lavorazioni standard, ammettendo scostamenti solo in presenza di motivazioni documentate — condizioni logistiche particolari, diversa scala dell’intervento o contesti operativi complessi.

In questo modo si rafforzerebbe la confrontabilità del dato senza comprimere le differenze realmente giustificate.

  1. Mezzi e attrezzature: prezzo e rendimento

Per i mezzi il meccanismo è analogo: il costo tecnico dipende dal prezzo orario e dal rendimento produttivo assunto.

Il prezzo può derivare da listini o tariffe non sempre riferite a condizioni standard; il rendimento varia in funzione delle ipotesi di utilizzo e del grado di saturazione produttiva presunto. È dall’interazione tra queste variabili che si genera una parte significativa della dispersione.

La definizione di parametri minimi di riferimento sul costo orario e sui criteri di rendimento consentirebbe di rendere il dato più trasparente, replicabile e verificabile.

  1. Trasparenza e funzione ordinante del benchmark

Un prezzario nazionale efficace deve essere ispezionabile non solo nel valore finale, ma nella composizione del costo tecnico. Occorre rendere leggibili quota materiali, tempi unitari della manodopera, incidenza dei mezzi ed eventuali coefficienti applicati.

Se il benchmark è trasparente nella struttura, può diventare riferimento metodologico per le Regioni, risolvendo a monte le principali criticità. Alle amministrazioni territoriali resterebbe uno spazio di adattamento limitato e motivato, legato a variabili realmente locali — condizioni logistiche, applicazioni territoriali del costo del lavoro, specificità documentate di fornitura.

Il sistema non eliminerebbe le differenze, ma le renderebbe tracciabili e tecnicamente fondate.

  1. Le soglie come strumento di coerenza

Le soglie territoriali sono utili se funzionano come valvole di coerenza, riducendo scostamenti ingiustificati e rendendo evidenti gli outlier. Non devono però diventare una compressione artificiale di numeri costruiti con metodologie eterogenee.

Se si interviene solo sugli scostamenti percentuali senza migliorare la qualità del costo tecnico, il rischio è trasferire il problema alla fase esecutiva, alterando l’equilibrio contrattuale. Il prezzario nazionale deve indicare non solo “quanto vale”, ma soprattutto “come si misura”.

  1. La tolleranza come fascia regolata

Può essere utile prevedere una fascia di tolleranza entro cui il prezzario regionale possa discostarsi dal benchmark senza attivare controlli rafforzati. La tolleranza dovrebbe essere predeterminata e articolata su livelli: una soglia contenuta per differenze fisiologiche, una fascia di scostamento motivato con documentazione tecnica e una soglia critica che attivi verifiche ulteriori.

Le Regioni potrebbero intervenire su variabili effettivamente territoriali — durata delle lavorazioni in condizioni logistiche particolari, applicazioni locali dei CCNL, specificità documentate di fornitura — trasformando la tolleranza in una valvola tecnica di adattamento e non in una zona grigia.

  1. Sintesi

Se il prezzario nazionale replica le ambiguità metodologiche dei regionali, non innova realmente. Se invece standardizza le variabili chiave, rende trasparente la scomposizione del costo tecnico e utilizza soglie e tolleranze come strumenti di coerenza, la riforma può rappresentare un vero salto di qualità.

Il punto non è eliminare le differenze territoriali, ma garantire che quelle residue siano spiegabili, motivate e coerenti con dinamiche di mercato verificabili.

Arch. Paolo Capriotti