La Relazione annuale ANAC 2025, presentata il 21 aprile scorso alla Camera dei Deputati alla presenza del Capo dello Stato, fotografa un mercato degli appalti pubblici in forte crescita — 309 miliardi di euro, il massimo storico — e lancia un allarme sul ricorso agli affidamenti diretti: l’86% delle procedure sui lavori, l’83% sui servizi, il 95% su servizi e forniture insieme. Un dato che ha occupato titoli e dichiarazioni. Vale però la pena leggerlo insieme all’altro dato, quello che nelle relazioni di stampa è rimasto in secondo piano: per valore economico, gli affidamenti diretti rappresentano il 5% del mercato totale — dato ricavabile direttamente dalla tabella 7.15 della stessa relazione ANAC, che registra 15,7 miliardi di euro di affidamenti diretti su 309,7 miliardi complessivi, con una diminuzione del 5% rispetto al 2024.
Il numero senza il peso
Gli affidamenti diretti sono per definizione di piccolo importo — sotto 140.000 euro per servizi e forniture, sotto 150.000 per i lavori. Sono numericamente tanti perché sono economicamente piccoli. Contarli senza pesarli produce una percentuale che fa notizia ma non descrive la realtà del mercato. Le soglie sono state alzate per legge pochi anni fa: l’aumento numerico è una diretta conseguenza normativa, non un comportamento anomalo delle stazioni appaltanti.
Un fenomeno stabile, non un’esplosione
I numeri sono costanti da anni. Eppure ogni anno le comunicazioni pubbliche di ANAC — comunicati, dichiarazioni, interventi alla Camera del Presidente Busia — li ripropongono come emergenza, con un lessico che si intensifica: “sprechi e infiltrazioni criminali e mafiose” nel 2024, “esplosione” nel 2025. Il testo tecnico delle relazioni scritte è assai più sobrio. Se il fenomeno fosse davvero in peggioramento, i dati dovrebbero dirlo. Non lo dicono. La distanza tra i due registri — quello della comunicazione e quello dell’analisi — è essa stessa un dato su cui riflettere.
I problemi evocati ma non dimostrati
Le affermazioni di ANAC sono serie. Il problema è che vengono presentate come conseguenze automatiche dell’alta percentuale numerica, senza portare un solo dato che dimostri il nesso causale. Quante di quelle procedure hanno prodotto concretamente sprechi o irregolarità accertate? Qual è il tasso di anomalie documentate sugli affidamenti diretti? Le relazioni non lo dicono.
Vale poi una riflessione sul tema del “mancato risparmio”: ANAC stima la perdita derivante dalla riduzione dei ribassi conseguente gli affidamenti diretti. È un argomento apparentemente solido ma che regge poco all’esame critico, per almeno due ragioni.
La prima riguarda l’economia di scala. I ribassi che si ottengono nelle gare aperte per appalti di importo rilevante — dove le imprese competono su commesse da centinaia di migliaia o milioni di euro — non sono comparabili con quelli attesi su micro affidamenti dove la concorrenza di prezzo è strutturalmente diversa: i margini sono ridotti, i costi fissi di partecipazione incidono proporzionalmente di più, e le economie di scala semplicemente non esistono. Applicare agli affidamenti diretti sottosoglia gli stessi parametri di ribasso delle grandi gare è un errore metodologico che gonfia artificialmente il “mancato risparmio”.
La seconda riguarda la natura reale del ribasso nelle gare competitive. Chi conosce il funzionamento degli appalti sa che il ribasso d’asta non è quasi mai un risparmio definitivo. Riserve, varianti in corso d’opera, contenziosi e accordi bonari lo erodono sistematicamente in fase esecutiva, restituendo all’impresa — in tutto o in parte — ciò che aveva ceduto in sede di offerta. Il risparmio teorico del ribasso diventa spesso, nella pratica, una partita di giro. Presentarlo come perdita secca da affidamento diretto è quanto meno parziale.
Sul tema della criminalità organizzata il ragionamento è il più debole. Le organizzazioni criminali ragionano come qualsiasi grande impresa: cercano volumi, margini e leva finanziaria. Non trovano nulla di tutto questo in un appalto da 80.000 euro per rifare un marciapiede. Gli interessi criminali stanno altrove — nei grandi appalti, nelle concessioni, nelle opere complesse. Evocarlo senza un dato a supporto non è analisi, è effetto scenico.
Una storia già vista: il caso varianti
Non è la prima volta che ANAC adotta questo schema. Chi opera nel settore ricorda la stagione della demonizzazione delle varianti in corso d’opera, presentate per anni come sintomo quasi automatico di corruzione e accordi illeciti.
La realtà è che la variante è sempre esistita ed è congenita alla natura del progetto. Chi pianifica non può prevedere tutto: il progetto è previsione, e il futuro — per quanta bravura e capacità si metta — lascia sempre margini di incertezza. La variante serve a correggere lacune inevitabili o a ottimizzare recuperando ribassi di gara, spesso perché l’opera parte già economicamente risicata. Non è un’anomalia — è la fisiologia di qualsiasi processo costruttivo complesso.
La sua criminalizzazione ha prodotto un effetto paradossale: blocchi procedurali, contenziosi, costi più alti. Non più bassi. È legittimo domandarsi se alcune battaglie siano guidate più da esigenze di visibilità che da una reale utilità per il sistema.
La medicina e i suoi effetti collaterali
C’è una soluzione implicita nel ragionamento di ANAC: aggregare la domanda, programmare meglio, costruire accordi quadro che raccolgano più bisogni in un’unica procedura competitiva, così da ridurre numericamente gli affidamenti diretti. In teoria è corretto. In pratica solleva due problemi che nessuno affronta.
Il primo è la programmazione. Per aggregare bisogna prevedere oggi tutto quello che servirà nei prossimi mesi o anni. Ma la gestione ordinaria di un ente locale è per sua natura frammentata e imprevedibile: un guasto, una rottura, una necessità urgente non si pianificano. Chiedere a un piccolo Comune di anticipare con anni di anticipo ogni piccola esigenza manutentiva significa imporre un modello organizzativo che semplicemente non corrisponde alla realtà amministrativa del Paese.
Il secondo è il tessuto economico locale. Gli affidamenti diretti sottosoglia sono il mercato delle microimprese — l’artigiano, il piccolo fornitore, l’impresa locale che non ha la struttura per partecipare a gare complesse. Aggregare questi appalti in procedure più grandi significa di fatto escluderli. Si riduce la percentuale degli affidamenti diretti sulla carta, ma si impoverisce il tessuto economico locale che da quei piccoli contratti dipende. Vale la pena chiedersi: cosa si guadagna davvero?
A volerla dire tutta, il problema non è l’affidamento diretto in sé — è l’affidamento diretto sempre allo stesso soggetto, senza rotazione, senza verifica della qualità eseguita. Su questo ANAC avrebbe strumenti precisi e mirati: verificare che la rotazione venga rispettata, controllare la qualità delle opere realizzate, segnalare le concentrazioni anomale su pochi beneficiari. Sono controlli possibili, efficaci e proporzionati. Invece si attacca lo strumento anziché il suo abuso.
Il presidio di legalità non è la procedura con cui si affida, ma il controllo su come il lavoro viene eseguito. Un’opera mal fatta con gara aperta vale meno di un’opera ben fatta con affidamento diretto. Vigilare sulla rotazione, sulla qualità, sulla concentrazione: questo è il lavoro che serve. Non riproporre ogni anno lo stesso allarme su dati che non cambiano.
Paolo Capriotti
22/04/2026




