Il 24/04/2018 sarà un giorno da ricordare per i consorzi stabili italiani, in questi ultimi mesi infatti sui social mi sono imbattuto in tanti amici dei consorzi che gridavano vittoria per un memorabile successo giuridico.

Tutto gira intorno ad una sentenza, quella del TAR del Piemonte n. 152/2018 del 24/04/2018 appunto, che finalmente sgombra il campo da ogni diversa interpretazione relativamente alle modalità di qualificazione in gara dei consorzi stabili.

La Sentenza stabilisce infatti che, in forza del rapporto consortile, è previsto che il consorzio stabile possa godere dei requisiti di idoneità tecnica e finanziaria delle consorziate stesse, secondo il criterio del cd. cumulo alla rinfusa, senza dover ricorrere all’avvalimento, cosicché il partecipante può scegliere di provare il possesso dei requisiti di qualificazione con attribuzioni proprie e dirette oppure con quelle degli altri consorziati.

Secondo l’orientamento tuttora prevalente in giurisprudenza l’operatività del cumulo alla rinfusa per i consorzi stabili non è venuta meno con l’entrata in vigore del D. Lgs. 50/2016.

In particolare l’art. 146 del D. Lgs n° 50 del 2016 si limita a stabilire al primo comma, che per i lavori da eseguire su immobili vincolati è richiesto il possesso di requisiti di qualificazione specifici ed adeguati ad assicurare la tutela del bene oggetto di intervento, ed al secondo comma che i lavori su immobili vincolati sono utilizzati, per la qualificazione, unicamente dall’operatore che li ha effettivamente eseguiti.

La sentenza del TAR Piemonte in questione definisce che non può condividersi l’interpretazione adottata dall’ANAC, in un parere di precontenzioso espresso sul caso, secondo la quale in tale specifico settore i consorzi stabili possono indicare quali esecutori delle opere i soli consorziati che siano in possesso in proprio delle qualificazioni richieste dalla lex specialis per l’esecuzione dei lavori oggetto di affidamento.

Quindi il TAR Piemonte chiude in maniera tombale la faccenda.

Per i consorzi stabili in qualche modo, attraverso l’indicazione della consorziata esecutrice dei lavori, non opera il divieto dell’art. 146 comma 3. del D. Lgs. 50/2016  che stabilisce per i lavori sui beni culturali  considerata la specificità del settore … non trova applicazione l’istituto dell’avvalimento …”.

 

Le categorie SOA in questione sono le ben note:

OG 2 Restauro e manutenzione dei beni immobili sottoposti a tutela

OS 2-A Superfici decorate di beni immobili del patrimonio culturale e beni culturali mobili di interesse storico, artistico, archeologico ed etnoantropologico

OS 2-B Beni culturali mobili di interesse archivistico e librario

OS 25 Scavi archeologici

Praticamente, attraverso la qualificazione del consorzio, un consorziato sprovvisto di SOA culturale può egualmente eseguire lavori di restauro su beni culturali.

Grazie a questo privilegio esclusivo del consorzio, per cui qualcuno ha anche avuto coraggio di gridare vittoria, può succedere che:

  • un elettricista possa trovarsi a restaurare gli affreschi del ‘300 di Giotto ad Assisi;
  • uno scavatorista possa operare con il bisturi in uno scavo archeologico di Pompei;
  • un carpentiere vada in fine vada a restaurare un codice purpureo. 

Ma ci rendiamo conto? Che assurdità!

In attesa che il legislatore allinei un po’ le cose evitando tali imbarazzanti e rischiose situazioni preghiamo vivamente i consorzi di tenere giù le mani dal nostro patrimonio culturale e li invitiamo a limitarsi ad indicare ad eseguire i lavori solo le imprese che hanno le idonee certificazioni.

Non si lamentino poi i consorzi della nomea che hanno di imprese spregiudicate e poco affidabili.

Cosa dovremmo pensare al grido di vittoria per la licenza a deturpare il bello collettivo?

E non ci si venga poi a dire che l’impresa qualificata nella categoria SOA culturale supervisionerebbe i lavori.

Non diciamo sciocchezze. Ci vogliono le mani del restauratore. Non il controllo.

Arch. Paolo Capriotti

16/06/2018

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